Il lungo e complesso lavoro della Dia di Palermo ha permesso di individuare autori e mandanti dell'omicidio del maresciallo Calogero Di Bona, vicecomandante degli agenti di custodia del carcere dell'Ucciardone, ucciso il 28 agosto 1979.
L'indagine dimostra che ad ordinare la "punizione" di Di Bona, strangolato e poi bruciato, fu Rosario Riccobono, 83 anni, allora capo del mandamento mafioso di Tommaso Natale. Autori del sequestro sono ritenuti i boss Salvatore Lo Piccolo, 70 anni, e Salvatore Liga, 81. L'omicidio del maresciallo è collegato all'aggressione subita in carcere da una giovane guardia carceraria che provò a richiamare i boss detenuti nella IV sezione perché circolavano troppo liberamente: un'abitudine che negli anni sarebbe passata alla storia come "Grand Hotel Ucciardone". L'episodio, e la mancata sanzione nei confronti degli autori dell'aggressione, furono citati in una lettera anonima inviata alla Procura, al Ministero di Grazia e Giustizia e a due quotidiani cittadini. Nella missiva, le guardie lamentavano non solo la mancata punizione del detenuto ma anche "il potere di mafia" dei boss in carcere. Per fare chiarezza sull'accaduto la Dia si è avvalsa di alcuni collaboratori di giustizia. Il forno crematorio si trovava alle porte di Palermo, nel podere di Fondo de Castro.
Via: TMNews
Foto dal video: Yahoo Notizie
L'indagine dimostra che ad ordinare la "punizione" di Di Bona, strangolato e poi bruciato, fu Rosario Riccobono, 83 anni, allora capo del mandamento mafioso di Tommaso Natale. Autori del sequestro sono ritenuti i boss Salvatore Lo Piccolo, 70 anni, e Salvatore Liga, 81. L'omicidio del maresciallo è collegato all'aggressione subita in carcere da una giovane guardia carceraria che provò a richiamare i boss detenuti nella IV sezione perché circolavano troppo liberamente: un'abitudine che negli anni sarebbe passata alla storia come "Grand Hotel Ucciardone". L'episodio, e la mancata sanzione nei confronti degli autori dell'aggressione, furono citati in una lettera anonima inviata alla Procura, al Ministero di Grazia e Giustizia e a due quotidiani cittadini. Nella missiva, le guardie lamentavano non solo la mancata punizione del detenuto ma anche "il potere di mafia" dei boss in carcere. Per fare chiarezza sull'accaduto la Dia si è avvalsa di alcuni collaboratori di giustizia. Il forno crematorio si trovava alle porte di Palermo, nel podere di Fondo de Castro.
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